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giovedì 5 novembre 2015

Boyhood

Boyhood, ovvero fanciullezza, adolescenza, cioè quel periodo delicato e fondante per l'individuo che dall'infanzia conduce alla maturità, al diventare adulti, uomini e donne nel mondo.
Ed è proprio questo il titolo scelto per il film indipendente scritto e diretto dal Richard Linklater che è lo sguardo del regista sulla crescita e l'evoluzione di un bambino, della sua famiglia e del mondo che ruota intorno ad essi.
Sguardo intriso di realismo a partire dalla scelta metodologica, infatti per realizzare il film il registra convoca gli stessi attori per ben dodici anni (dal 2002 al 2013), mettendo in scena le vicende di una famiglia americana qualunque, mentre gli stessi attori crescono e cambiano fisicamente con l'incedere della pellicola e degli avvenimenti personali e storici che li coinvolgono.
Non certo un reality, ma  neanche un romanzo costruito ad hoc per lo schermo.
Il pubblico osserva scorrere davanti a propri occhi semplicemente la storia della vita che evolve, in particolare quella del protagonista, Mason, che da bambino diventa uomo.
Una storia che tiene sospesi e attenti, nonostante la durata di  tre ore e la sceneggiatura a tratti scarna, come d'altra parte a tratti è "scarna" e tutt'altro che poetica l'esistenza.
Lo spettatore non desiste e segue gli avvenimenti forse anche alla ricerca e in attesa di una rivelazione, un messaggio, ma il regista non lo veicola mai o ne rende ostica la comprensione, proprio come è difficile nella realtà cogliere un "senso" della vita, se non quello della Vita stessa che vive.
Contraddizioni personali, famigliari e di una società incongruente come quella americana sono messe in scena senza introspezioni, nè giudizi, il registra sembra semplicemente effettuare il reportage dei cambiamenti che necessariamente avvengono lungo il corso dell'esistenza.
Il pensiero esterno però traspare nella rappresentazione dei personaggi.
Tenera e affettuosa nei confronti dei ragazzi, soprattutto del piccolo Mason, riflessivo e pacato, affronta le avversità senza lamentarsi, con grande resilienza verso cambiamenti sempre imposti da esigenze famigiari ed una intensa maturità che spesso manca agli adulti in perenne difficoltà nel loro ruolo di adulti e genitori.
I ragazzi crescono bene viene da dire "nonostante tutto", senza cedere sotto i colpi di una vita sufficientemente travagliata da lasciare un segno soprattutto in un periodo così delicato come quello della infanzia.
Chi ne esce malconcio dalla pellicola è l'adulto, alle prese sempre con i conti. Conti economici, ma anche figurativi: conti con se stesso e le proprie aspettative, con la società in cui fatica ad inserirsi, con le complessità quotidiane e con la difficoltà a risultare credibile e affidabile nel ruolo, mai semplice, di genitore.
Il registra mette in scena due genitori profondamente imperfetti, ma complementari: un padre assente fisicamente, ma forse più presente emotivamente, una madre presente fisicamente, ma forse più lontana emotivamente, eppure in qualche modo ce la fanno, riescono nel loro difficile compito di allevare, qui inteso anche nel suo significato etimologico di sostenere, i propri figli, forse proprio perchè nelle loro imperfezioni si completano, fornendo ai ragazzi tutto ciò di cui c'è bisogno per crescere: cure materiali e cure affettive.

Il protagonista Mason in una scena del film - Boyhood (film scritto e diretto da R. Linklater)

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